“La verità sul caso Harry Quebert”: trama e intervista a Joël Dicker

“La verità sul caso Harry Quebert”: trama e intervista a Joël Dicker

Con oltre tre milioni di copie vendute in tutto il mondo, premi prestigiosi e traduzioni in più di 30 paesi, La verità sul caso Harry Quebert del ginevrino Joël Dicker è stato nel suo anno di uscita, il 2012, uno dei più eclatanti casi letterari degli ultimi tempi, e ancora oggi è un bestseller insuperabile. Questo nonostante le 800 pagine e alcuni difetti madornali che in molti riconoscono al di là del successo dell’opera. Tutto merito di una trama intricata e fatta apposta per incollare il lettore alla pagina, la stessa che è riportata (difetti compresi) nella miniserie in dieci episodi che sbarca il 20 marzo su Sky Atlantic (tutti gli episodi subito disponibili su Box Sets).

Patrick Dempsey, impegnatissimo a far dimenticare che è stato il Dottor Stranamore di Grey’s Anatomy (e infatti sarà anche nella prossima produzione originale anglo-italiana di Sky, Diavoli), interpreta con tutta la verosimiglianza che gli riesce l’Harry Quebert del titolo, professore di letteratura e soprattutto scrittore molto apprezzato.

Dopo aver ricevuto la visita di Marcus Goldman (Ben Schnetzer), un suo allievo divenuto anche lui autore di successo (ma col blocco del secondo libro), la sua vita viene però sconvolta: nel giardino di casa viene ritrovato il corpo di Nola (Kristine Froseth), ragazza misteriosamente scomparsa 33 anni prima, appena quindicenne. Ovviamente Quebert è subito arrestato, alla luce della sconcertante rivelazione della sua relazione con la giovane, e toccherà a Marcus improvvisarsi detective per scagionarlo (e trovare al contempo ispirazione immediata per il suo prossimo caso editoriale, per gioia del suo editore senza scrupoli, interpretato in un cameo dal già Hellboy Ron Perlman).

La miniserie è girata con stile calligrafico da Jean-Jacques Arnaud, il regista di titoli acclamati come Il nome della rosa e Sette anni in Tibet, che qui ritrova un certo gusto per la suggestione ambientale (l’oceano, le spiagge e le foreste del Maine, anche se le riprese sono avvenute in Canada) degno degli spot dei suoi esordi. La tranquilla cittadina di Sommerdale, ovviamente, nasconde dietro la patina di diner casalinghi e feste di beneficienza doppie vite, segreti sommersi, diffidenze mai sopite. Ciò contribuisce a rendere ancora più ambigua la storia fra Harry e Nola, che già nel nome trova un furbo richiamo alla Lolita di Nabokov: il loro amore è assolutamente inappropriato (e lo scrittore cerca di sfuggirvi, almeno all’inizio) ma la sua resa sullo schermo è comunque ricca di sfumature e chiaroscuri, che fondono una corruttibile, umanissima moralità e un gusto cliché per gli artisti belli e dannati e le loro muse, un po’ vittime e un po’ tentatrici.

Marcus, il cui carattere insopportabile e tronfio (incarnato da mocassini overpriced) scoprirà umiltà e dedizione proprio grazie a questo compito ingrato, scioglierà pezzo dopo pezzo un intrigo in cui non mancano magnati senza scrupoli, madri ambiziose o violente, padri inetti, poliziotti decisamente poco integerrimi. La costruzione degli episodi (soprattutto dopo i primi due che sono piuttosto un’introduzione anche al meccanismo stesso del racconto) procede per colpi di scena degni, appunto, della più avvincente delle storie page turner. Il finale, soddisfacente anche se forse non straordinario, passa comunque in secondo piano rispetto all’andamento di una narrazione che procede confutando le ipotesi o i convincimenti che lo spettatore (ma anche il lettore, prima), si costruisce man mano.

Non che La verità sul caso Harry Quebert non abbia i suoi difetti, a partire da una specie di ossessione per l’ovvio più che per il didascalico. Si parla di una ragazza scomparsa? Subito l’inquadratura del classico volantino Missing portato via dal vento. Viene arrestato un poliziotto? Qualcuno dice “ora mi sembra di non conoscerlo più”. Si mettono a disposizione dei ghost writer? Eccoli inquadrati, tutti vagamente gattari, mentre fingono palesemente di scrivere su vari supporti. Anche l’andirivieni temporale del racconto, fra il 1975 in cui avviene la scomparsa e il 2008 in cui si svolgono le indagini (ghiotta occasione per rivedere sullo schermo flip phone ammantati di nostalgia), ogni tanto sa di artificioso, soprattutto a causa di un trucco che invecchia i personaggi in modo per nulla convincente.

Eppure anche Harry Quebert si inserisce nel trend che fra true crime e gialli di provincia (qui siamo a metà strada, molto a metà strada, fra Big Little Lies e True Detective) sta dominando un certo tipo di serialità americana degli ultimi tempi. Qui, fra le righe (pun intended), si coglie però anche una decisa allure europea, soprattutto nel pensoso indugiare sui problemi degli scrittori, che vanno dallo spauracchio della pagina bianca alla necessità della sconfitta e della disperazione per una vera ispirazione. Superati i vari cliché autoriali, s’intravede un cuore sincero che vuole parlare dei rapporti di arte e vita ma soprattutto di come certi desideri viscerali, nella scrittura come nell’amore, debbano sempre venire a patti con vincoli imprescindibili come la morale e ancora di più la verità.

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